Elvis’ Stardust

Elvis’ Stardust è una breve, malinconica rapsodia di piccoli gesti, di sguardi nascosti, di ritmi lontani. È una voce amata che riaffiora amara, impastata dal tempo in cui è stata in silenzio. È un atto d’amore incarnato, un respirare di stella di cui non resta che polvere nel rapido della sua distruzione.

Un corpo si appropria di un altro e ne rivela sensi nascosti, le ambiguità, le derive ed eventuali sviluppi possibili mai realizzati. Elvis è il performer, l’uno nell’altro, carne nella carne, in un dolce e dolente abbraccio. E sorride, sorridono. Di se stessi, del mondo, della vita. In scena una figura anacronistica, buffa, fuori contesto. Come Ginger e Fred nell’omonimo film di Fellini è grottesca e per questo ancora più commovente. Tutt’attorno il mondo è cambiato, e il gigante di un bianco sfavillante sembra il riverbero di un’eleganza perduta.

Un’apparizione o un folle. Un sosia o un interprete. Oppure Elvis è ancora vivo, e si mostra qui. Come per tutte le star che hanno conosciuto la grandezza del mito, non si è disposti a lasciarlo andare via. Elvis si muove piano, con il peso di un vissuto greve. Attraverso il suo incedere lento sembra volersi riprendere il tempo che gli è sfuggito di mano e che per lui è scorso troppo in fretta.

Elvis è in una richiesta d’amore, di pacificazione, di accettazione. Ha qualcosa da dire in sospeso ed è li, dove si trova, per il pubblico. Staziona in luoghi improbabili, emerge come un fantasma, si ritaglia spazi dove imbastisce echi d’azioni, canti struggenti in un ineluttabile rituale di comunicazione.

S’instaura un sottile gioco tra Elvis e gli spettatori che credono di averlo “scovato” ma è lui ad averli in pugno. Lo sa e lo dimostrano i suoi gesti misurati e centellinati. Come in uno strip-tease, ogni sequenza fa emergere con chiarezza le diverse stratificazioni che compongono il mito. Visto da vicino si svela il mistero della “permanenza dello stesso”, ciò che ora è carne che tremolando barcolla, quando si mette a ballare rivela, nonostante tutto, una grazia rimasta intatta.

Il lavoro ha una versione urbana site specific e una versione da palco, entrambe della durata di 20′ circa.
Elvis’ Stardust è stato selezionato con altri 4 progetti italiani per essere presentato nella prestigiosa venue Dance Base di Edimburgo nell’ambito del Fringe Festival 2014.

Concept: Alessandra De Santis Attilio Nicoli Cristiani
Coreo-regia: Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani
Interprete: Alessandra De Santis
Suono: Attilio Nicoli Cristiani

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